Rosalba D’Onofrio, Michele Talia, Università di Camerino


Nel corso degli ultimi decenni il dibattito urbanistico ha riservato al paradigma della densità urbana un’attenzione costante, ma i riferimenti che ha utilizzato sono stati spesso ambivalenti.

A partire da una ricerca della densità ottimale legata ai parametri proposti prima dalla cultura igienista e poi dal funzionalismo, si è passati a interpretare la compattezza degli insediamenti come una sorta di “antidoto” alla crisi ambientale e climatica generata dai processi di urbanizzazione. Nel contrapporsi al modello della città diffusa, la riflessione disciplinare ha favorito in questo modo la promozione di politiche europee per il contenimento del consumo di suolo e la densificazione, ma ha spesso condotto ad una accettazione acritica della densità come valore in sé.

Nel periodo che ha fatto seguito all’esplodere della pandemia, questa discussione ha mantenuto inalterata la sua centralità, ma i suoi contenuti hanno subìto un autentico ribaltamento. Laddove infatti la concentrazione urbana viene ormai percepita come un importante fattore di pericolosità, si corre il rischio di sottovalutare in questo modo gli importanti benefici che le città dense sono in grado di generare attraverso la declinazione delle economie di scala, il miglioramento dell’accessibilità e la riconfigurazione qualitativa e prestazionale delle dotazioni territoriali.
Oltre ad ospitare un confronto e un aggiornamento sulle nuove valenze assunte dalla densità urbana nella città post-covid, il seminario cercherà pertanto di individuare un punto di equilibrio tra queste tesi contrapposte, e al tempo stesso proverà a verificare come alcune best practices sperimentate di recente in Francia (la “densità accettabile” nella ville intense) o nel Canton Ticino (applicazione della Legge federale sulla pianificazione del territorio) possono fornire utili indicazioni per migliorare la qualità urbana e reinterpretare la densità nel progetto urbanistico della città contemporanea.

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